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La trilogia del Giudice Mascherato (volume 3) – Scacco matto (parte 2)

3. -EHI, CAPO!- esclamò la mia segretaria, facendomi sobbalzare. Non riuscivo ad abituarmi a quella voce di una che, da bambina, doveva aver inghiottito un altoparlante.

-Non farlo mai più, Piccola.- Piccola era il suo nome. Piccola di nome, piccola di fatto. Una dolce e tenera creatura. In apparenza. Sì, proprio così.

-CHE COSA NON DOVREI FARE?- domandò col tono più candido del mondo, mentre sentivo il primo cedimento del timpano destro.

-Lascia perdere. Piuttosto dimmi cosa sarebbe quest’affare che imbroglia l’ingresso.

Mi riferivo ad un’enorme custodia nera a forma di ascia, corredata persino da una tracolla.

Piccola rivolse un’occhiata distratta in quella direzione, poi tornò a guardare le scartoffie sulla sua scrivania.

-OH, QUELLO… SI TRATTA DEL VIOLINO DI MIA SORELLA. VUOLE CONOSCERLA? GLIELA PRESENTO SUBITO!

Valutando il fatto che chiunque adoperasse un violino inquietantemente simile ad un’ascia poteva non costituire una sana frequentazione, mi strinsi nelle spalle.

-Magari un’altra volta. Sarò nel mio ufficio, se qualcuno mi cerca.- ribattei, avviandomi verso la porta del mio studio. Da quando il mio amico Mortimer mi aveva affibbiato Piccola come segretaria, l’angusto spazio che divideva l’ingresso del mio ufficio dalla stanza in cui c’era la mia scrivania era stato adibito ad accoglienza per i clienti. Infilare il mio uscio fu un lampo.

-Ecco qui il famoso Ted Landon!- esclamò una voce, facendomi quasi venire un accidente.

Appoggiata alla mia scrivania c’era una donna. Vestiva con una pesante camicia in pile a quadrettoni bianchi a righe rosa ed un paio di pantaloni di velluto a coste. Ai piedi indossava un paio di Timberland a caviglia alta. Una folta chioma di capelli neri le cadeva sulle spalle, giù lungo la schiena. Sul naso inforcava un paio di occhiali anni sessanta con la montatura rosa shocking.

Il mio acuto senso da investigatore privato cominciò a riordinare i pezzi del puzzle: la custodia a forma di ascia in ufficio (contenente un violino), una sorella che Piccola voleva presentarmi, l’abbigliamento della sconosciuta nel mio studio. Capii tutto al primo colpo.

-E lei chi sarebbe?- chiesi.

Be’ facciamo al secondo colpo…

-Sono la sorella di Piccola, signor Landon.- mi rispose porgendomi la mano, -Mi chiamo Asha.

-Allora è un’abitudine.- scherzai restituendo la stretta di mano. Avevo giocato sull’assonanza del suo nome e con quella strana custodia. Mi stupii che aggrottasse le sopracciglia con fare interrogativo. Tentati di riprendermi, -Ho visto la custodia che ha lasciato qui fuori…

-Già. È il mio strumento di lavoro. Me lo sono portato dal Canada: non me ne separo mai.

Almeno riguardo al suo lavoro il mio senso investigativo non poteva che azzeccare: sembrava un’ascia e lei era vestita da taglialegna, quindi…

-Non sapevo che la filarmonica di Toronto fosse qui in città…

-Filarmonica?

-Già, sua sorella mi ha detto che lei suona il violino.

-Ah, già, quello…- mi strizzò l’occhio, -Nessuna filarmonica. Sa, sono una freelance!

-Cosa ci fa qui a Torino, allora! È qui per sua sorella?- domandai, sperando che fosse venuta per portarsela via.

Purtroppo lei scosse il capo, in segno di diniego. E cominciò a raccontarmi una storia, quella della sua famiglia. Lei e Piccola furono divise da bambine: durante una trasvolata sull’aereo privato dell’azienda per cui il loro padre lavorava, il velivolo fu colto da una perturbazione improvvisa. Si verificò un guasto che, sul momento fu giudicato fatale. Fu un grave errore: la famiglia si paracadutò sopra la grande foresta di una riserva indiana. Appena lo ebbero fatto, misteriosamente l’avaria scomparve. Il pilota riuscì a mandare i soccorsi e recuperarono i genitori e Piccola. Asha non riuscirono a trovarla. Fortunatamente la bambina fu soccorsa da un villaggio di nativi locali che l’aiutarono a ricongiungersi ai suoi.

Io ascoltavo, rapito dal racconto di quella donna, quando l’irruzione di sua sorella mi riportò coi piedi per terra.

-EHI, CAPO! UN FATTORINO LE HA LASCIATO QUESTA BUSTA!- mi urlò nell’orecchio ancora sano, mettendomi nelle mani con energia una busta da lettera col mio nome sopra.

L’aprii seduta stante. Si trattava di una convocazione, lessi: i titolari della ditta Telemaco, cioccolatieri a Torino sin da ieri, s.r.l. mi invitava ad un colloquio strettamente confidenziale di lì a due ore. Bene, mi dissi: avevo ancora un po’ di tempo. C’era però qualcosa in quella lettera che mi faceva squillare un campanello d’allarme in testa. Forse per il fatto che i caratteri della lettera fossero composti da lettere ritagliate da un giornale? Oppure per il fatto che non avessi mai sentito parlare dei cioccolatini Telemaco (be’ se c’erano solo dal giorno prima…)? Oppure sarà stato per quello strano post scriptum in fondo all’invito: “Ovviamente, questa non è una trappola, egregio signor Landon, quindi gradisca presentarsi da solo all’indirizzo di cui sopra!”.

Alzai uno sguardo pensoso su Asha. Avevo del materiale su cui riflettere. Sì, proprio così.

(continua)

Andrea Savio

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