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La trilogia del Giudice Mascherato (volume 3) – Scacco matto (parte 3)

4. Oggi.

-Signor Landon!- la voce autoritaria mi richiamò al presente, strappandomi ai ricordi.

-Dica.- trasalii, rispondendo in maniera automatica al richiamo.

Una donna alta, segaligna, infilata in un tailleur color senape con la gonna a tubino, mi fissava come un falco pronto ad abbattersi sul povero cerbiatto, da dietro le lenti di un paio di occhialetti con la montatura bassa.

-Stiamo aspettando che ci dica qualcosa lei!- precisò.

Fu solo in quel momento che mi accorsi di essere seduto al banco dei testimoni in un’aula di tribunale. Improvvisamente, come un pugno allo stomaco, mi sovvenne il motivo per cui ero lì: il biglietto che avevo ricevuto quel fatidico giorno era proprio ciò che sembrava (ed in fondo alla missiva, me lo avevano anche suggerito…): una trappola!

-Potrebbe essere così gentile da ripetere la domanda?- suggerii abbozzando un mezzo sorriso e, credetemi, per un duro di Chicago si trattava di un bello sforzo! Sì, proprio così.

La signora tanto simpatica che poco prima mi era sembrata un falco, adesso mi dava più l’idea di un avvoltoio che volteggiasse sopra un cadavere. In definitiva, non mi stava poi molto simpatica. Sì, proprio così!

-Dove si trovava il giorno 15 alle 12.30?

-Non sono sicuro, potrei sbagliare di qualche minuto.

-Approssimi.

-Ero in bagno.

Lei si guardò intorno, abbozzando un sogghigno ironico.

-E avrebbe dei testimoni a confermarcelo?

In bagno? Stiamo scherzando? Non so qui in Italia, ma noi duri di Chicago, quando ci appartiamo per spremerci le meningi non ci portiamo certo i fan che facciano la ola!

-Non sono sicuro, -risposi, -ma dal profumo direi che fossero tutti parenti suoi!

L’aula esplose in una fragorosa risata. Il martello del giudice si abbattè rumorosamente sul banco.

-Silenzio in aula!- intimò, -E lei, Landon, moderi il linguaggio. Si ricordi che la sua posizione è già grave: non aggiunga un’accusa per vilipendio alla corte.

Non replicai. Non sapevo assolutamente cosa volesse dire la parola “vilipendio”, ma non mi suonava per niente bene. In una cosa, comunque, il giudice aveva ragione: ero in un grosso guaio. Sì, ero andato a quell’appuntamento e… sì, ci ero andato da solo. Ma mi sembrava di non avere nulla da temere: persino i miei migliori amici mi avrebbero dato sicuramente appuntamento in un capannone abbandonato in una zona isolata della città. Cosa avevo da preoccuparmi, quindi (a parte cambiare frequentazioni…)?

Giunto al luogo dell’appuntamento, avevo trovato il capannone deserto. Il locale era molto grande, quasi totalmente immerso nell’ombra a parte un fascio di luce che scendeva in verticale da un lucernario coi vetri rotti. Proprio sotto il lucernario c’era una cassa fatta con assi di legno. Mi avvicinai, attirato dalla luce proprio come una mosca dai fari di un’auto. La polvere danzava nell’aria, tutto intorno alla cassa. Quando fui abbastanza vicino, vidi che sopra la cassa c’era una busta di grandi dimensioni. La presi e vi lessi il mio nome sopra. Doveva contenere qualcosa per me, dedussi. Fu in quel momento che il mondo mi crollò addosso.

-Posa le mani sulla cassa e tieni la busta in alto!- Intimò una voce dall’ombra, -Sei circondato!

Mi ero spesso trovato in situazioni estreme nella mia seppur breve vita, quindi mantenni il sangue freddo.

-Come faccio?

-A fare cosa?

-A tenere la busta in alto se le mani devono stare sulla cassa!

-No, è la busta che devi posare! Non fare il furbo!

-Non faccio il furbo! Sono furbo!

-Ted, lo sappiamo che sei furbo! Non dare retta all’agente Vidi ed arrenditi semplicemente!- si intromise una seconda voce. Stavolta la riconobbi: si trattava di Scannacani.

-Come faccio?

-A far che?

-Non sapevo che ci fosse un modo semplice di arrendersi, in alternativa ad uno complicato…

A quel punto sentii il mio amico e l’agente Vidi consultarsi fra loro sottovoce. Infine, Joe ruppe il silenzio:

-Non fare nulla! Veniamo lì noi!

Fu così che mi arrestarono. La trappola consisteva in questo: ero stato attirato in quel capannone col pretesto di offrirmi un lavoro. Ad attendermi c’era una busta che conteneva importanti documenti, appartenenti ad un’azienda fra le più in vista della città. Intanto, la polizia avrebbe ricevuto una telefonata anonima su un mio fantomatico appuntamento in quel capannone per acquistare questi documenti da una talpa nell’azienda, per rivenderli al miglior offerente! Per la seconda volta nella mia vita ero stato preso in mezzo in un caso di spionaggio industriale. Per la seconda volta ero innocente. Per la seconda volta i miei sospetti su chi avesse ordito un simile piano ai miei danni, cadevano su una persona sola: lo Scacchista!

Avevo soltanto un problema da risolvere. Come avrei potuto smascherarlo una volta per tutte e riscattare il mio nome?

(continua)

Andrea Savio

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