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La trilogia del Giudice Mascherato (volume 3) – Scacco matto (parte 4)

5. Al banco dei testimoni andarono anche Scannacani e Vidi che avevano proceduto al mio arresto. Ci salì anche un losco individuo che confermò la mia fantomatica collusione ai danni della sua azienda. Perché dico losco? Alto, segaligno, con un completo a scacchi, mi ricordava qualcuno… In fondo l’appellativo “losco” lo potevo affibbiare a quasi tutti i miei amici giù a Chicago, ma qui a Torino… mi sentivo disorientato: non riuscivo a capire chi fosse quell’uomo. Era un fatto che mi fissasse con uno sguardo a punte di ghiaccio da quando aveva fatto il suo ingresso in aula.

Il controinterrogatorio lo tenne l’avvocato che mi era stato assegnato d’ufficio: un certo Giampaolo Paolotto, un omino piuttosto basso di statura, ma di corporatura robusta. I capelli biondi tagliati alla moda militare. Una persona che non parlava molto. Che cosa intendo dire? Be’, il mio intuito mi suggerisce che avesse qualche mania, dato che continuava a sistemare le giacche ai testimoni, passare una mano per togliere i capelli da sopra le spalle del pubblico ministero e del giudice. Inoltre, contava con l’indice le colonnine della balaustra che divideva il resto dell’aula dallo spazio dedicato agli interrogatori.

-Quindi lei è pronto a giurare di aver assistito alla vendita dei documenti?

-Sì.-ghignò il losco individuo.

-Bene. Grazie. Non ho altre domande.- annuì Paolotto, trotterellando al suo posto dopo aver riassettato il bavero al testimone. Dopodiché si sedette accanto a me e, con fare confidenziale, sussurrò: -Lo abbiamo in pugno!

Sì, proprio così!

-Ci sono altri testimoni?- domandò il giudice con voce atona. La sua era la voce più atona che avessi mai sentito. Anche gli occhi parevano inespressivi. C’era qualcosa in lui che mi inquietava. Come quando Joe “il pignolo”, una mia vecchia conoscenza all’F.B.I., mi telefonava alle due di notte per ricordarmi di conservare gli scontrini del gelato al pistacchio per almeno dieci anni. Sì, proprio così.

Alla domanda del giudice, la pubblica accusa confermò di aver terminato e il mio avvocato si accodò volentieri.

-Bene. La Corte si ritira per deliberare.- detto questo, si alzò e tutti nell’aula fecero lo stesso.

-Mi oppongo, Vostro Onore!- gridò una voce, mentre l’aula si riempiva di fumogeni.

-Ma cosa sta succedendo? Ordine!- urlò il giudice dal suo scranno, battendo più volte il martello sul banco.

Ci fu un attimo di trambusto. Le guardie del tribunale si mossero verso il giudice e verso di me: potevo approfittare per fuggire, secondo loro.

Improvvisamente una sagoma nera si stagliò nella nebbia. Conoscevo qualcuno che amava tanto stagliarsi e avevo sperato che intervenisse a quella festa. Quando cominciò a parlare, annuii soddisfatto.

-Io sono la gomma che cancella l’errore del crimine!

-Signore, la invito a sgombrare l’aula o sarà messo agli arresti.

-Non sarò io a venire arrestato.

I fumi, intanto, andavano diradandosi velocemente.

Alzai una mano ad indicare che QUALCUNO era stato già arrestato.

-Non mi riferivo a te.

-Ah, scusa…

-Non sarò io a venire arrestato, Vostro Onore. Perché io sono il Giudice Mascherato!

Brusio in sala.

In realtà nessuno in aula fece un respiro, ma il brusio ci sarebbe stato comunque: il Giudice Mascherato viaggiava con tutte le reazioni del pubblico preregistrate. Accanto a me, Paolotto annuì con soddisfazione. Lui non sapeva cosa sarebbe successo di lì a poco. Io sì!

Sì, proprio così.

(continua)

Andrea Savio

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