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Un XYZ file per Landon (parte II)

3.

-Cosa dice? Eh? Cosa dice?- martellava Folder.

-Segreto professionale.- replicai lapidario, -Ed ora, se non ha più niente da chiedermi, io vorrei tornare al mio lavoro.

Quelle ultime parole erano state anche più lapidarie del lapidario. Mi vedevo quasi l’ombra di Joe “il becchino” (mio vecchio informatore della malavita) stagliarsi come una minaccia funebre su tutta la stanza.

Inaspettatamente, l’agente dell’FBI scattò in piedi.

-Per il momento è tutto, Landon. Ma si ricordi…- fece morire la frase a metà.

-Ricordare… cosa?

Folder si guardò furtivamente intorno, poi mi si avvicinò infilandosi una mano sotto la giacca. Subito i miei nervi si tesero come le corde di un violino. In quel momento, se solo una mosca si fosse posata sulla tesa del mio cappello, sentivo che sarei potuto esplodere con una potenza inaudita.

Ai miei piedi, Deppry sbuffò.

In quel preciso istante, Folder estrasse la mano: impugnava non una pistola, bensì un timbro e con gesto fulmineo lo poggiò dolorosamente sulla mia fronte.

-Non si fidi di nessuno!- sussurrò.

Poi si defilò, più veloce di quanto un biglietto da cento dollari potesse transitare nel mio portafogli. Sì, proprio così.

Rimasto solo, mi posi un unico quesito:

-Ma non aveva detto che mi doveva parlare?

4.

Passarono alcune ore. Lessi e rilessi quella lettera da cima a fondo. Scossi il capo. Non c’era proprio la minima ombra di dubbio: la tintoria mi aveva smarrito l’impermeabile di ricambio!

Accidenti!

Mi ci volle un bel po’ per smaltire la notizia, ma io ero un professionista e dovevo ritornare al lavoro. Decisi di uscire e fare un salto da “Gino” per il solito bicchiere. Una buona bevuta mi avrebbe schiarito le idee.

Da Gino il timido” era il locale più malfamato della città. Ci andavano soltanto i duri più duri e si sa, quando il gioco si fa duro, i più duri cominciano a farsela addosso… o qualcosa di simile.

Non appena misi piede nel locale, feci appena in tempo ad evitare che una sedia atterrasse sul mio naso. Due energumeni troppo grossi per i miei gusti stavano disputandosi l’ultimo piatto di spaghetti all’amatriciana (alle dieci del mattino! Capito cosa intendo quando parlo di “duri”?). La cameriera si districava fra i tavoli a raccogliere i frammenti più disparati, stoviglie, frantumi di porcellana dell’Ikea, pezzi vari di cliente… insomma, cose così.

Alle mie spalle, Deppry mugolò.

Di colpo, si fece silenzio nel locale. Tutti gli sguardi si rivolsero nella mia direzione (be’ chi riusciva ancora ad aprire gli occhi, almeno). Tutti gli sguardi luccicarono di una strana luce divertita.

Ruppe il silenzio la cameriera, che si rialzò da terra e cominciò a venirmi incontro, pulendosi la bocca con il dorso della mano. Cominciò a sorridere.

Tutti in quel momento sorridevano.

I due energumenti, l’uno sorreggendo l’altro, mi si avvicinarono e mi scostarono, chinandosi. Tutta l’attenzione era rivolta a Deppry.

-Bello, cane!- esclamò in coro uno dei due grossi ceffi.

-Tu, ragione!- ribattè l’altro, un sorriso da quarantaquattro denti stampato in faccia.

Solo allora li riconobbi: Jim “lo stimato” e Jack “il colto”, due gorilla al servizio del nuovo boss, Sal detto “Freddy bello” cugino del potente don Vito. Quest’ultimo era andato in pensione qualche mese prima, ma questa storia la racconterò un’altra volta.

-Jack, Jim, che cavolo!- sbottai.

Mi diressi verso di loro e presi Jack per un orecchio e Jim per l’altro.

-Volete spiegarmi, perché dopo una giornata faticosa (be’ erano le dieci del mattino, avevo ricevuto la visita dell’agente Folder e il biglietto della tintoria…), un pover’uomo che ha sudato sette camicie per un misero tozzo di pan secco, non può rilassarsi un momento? Eh, no! Ci sono i fratelli “laurea” (così li chiamavano nei bassifondi, quei due) che si ammazzano per un piatto di pastasciutta!

-Spaghetti!

-Buoni! Ma miei!

-No. Miei.

-Andatevene subito.

-Se no?

-Morde.- dissi indicando Deppry che in quel momento si stava leccando la zampa sinistra come se fosse stato un gatto. Sperai che i fratelli non lo notassero, se no quel particolare avrebbe potuto invalidare la mia minaccia.

Non lo notarono.

-No, no!

-Bello cane!

Passarono accanto a Deppry che approfittò dell’occasione per annusare loro i polpacci. Si chinarono entrambi per accarezzarla (seppur con qualche cautela, ora che la sapevano “morsicante”). Deppry accettò le carezze mettendosi zampe all’aria (molto da “tipo feroce”!). Dopodichè uscirono.

Tirai allora un sospiro di sollievo ed andai al banco. Si avvicinò la cameriera.

-Ehi, bel fusto! Cosa ti servo?

-Il solito. Liscio. Fammelo doppio.

Lei annuì in silenzio, poi si voltò verso il retro del locale e cacciò un urlo stridulo:-Ehi Gino! Una doppia spremuta di mucca al banco!

5.

Dopo due grossi bicchieri di latte, avevo le idee più chiare.

Una sola domanda mi batteva dentro la testa come un martello pneumatico. Mi saltò chiara all’occhio, una volta che vidi la mia immagine nello specchio dietro il banco.

Ero pur sempre un bell’uomo con il cappello pigiato sulla testa e l’impermeabile aperto sul mio completo marrone. Il nodo della cravatta perennemente molle sulla camicia bianca stropicciata. Lo sguardo penetrante di uno che è andato a dormire alle tre del mattino e la moglie lo sveglia alle sei per portare fuori il cane. Sì, proprio così.

Fu quando col pollice mi sollevai la tesa dalla fronte che mi ricordai del timbro che Folder mi aveva impresso mezz’ora prima.

Al centro preciso della fronte occhieggiavano tre lettere grosse e nere: XYZ.

Non ti fidare di nessuno” sibilò nella mia testa la voce sussurrante di Wolf Folder.

E la domanda che mi tormentava adesso era: Cosa aveva voluto dirmi?

Chi era veramente Folder?

Accidenti… le domande erano diventate due!

Il mio intuito investigativo quel giorno lavorava alla grande! Sì, proprio così.

-Ehi, tipo!- la cameriera mi distolse dai miei pensieri col suo solito fare aristocratico, -Questo locale ha una fama da difendere. Se ogni volta che mi entra da quella porta un duro vede il tuo cane, mi si scioglie in sorrisini vomitevoli e carezzine e cicicì e ciciciò! E mi si rovina la fama del locale!

Per non parlare che il tuo sacco di pulci si è già ingozzata venti biscotti e undici focaccine!

A sentir parlare delle focaccine, Deppry, distesa ai miei piedi, sospirò.

L’ascoltai. In silenzio. Annuii, pure.

-Mi spieghi solo cosa significano “cicicì” e “ciciciò”…- ribattei alla cameriera.

In tutta risposta, lei indicò qualcosa alle mie spalle con un cenno del mento.

-Guarda tu stesso!

Per terra, accanto a Deppry c’era un tipo segaligno e dinoccolato. Aveva la pelle quasi del color della cenere, il bianco degli occhi iniettato di sangue. I pochi capelli impomatati gli ricoprivano il capo talmente smagrito da sembrare un teschio. Fra i denti, il mozzicone di un sigaro spento (da Gino era vietato fumare).

Lo riconobbi subito: si trattava di Ics, un killer una volta al soldo di don Vito, adesso free lance. Per non dire disoccupato.

Non era mai stato una bella compagnia. Se lo vedevi, normalmente era perché doveva farti fuori. E adesso era lì, davanti a me, a grattare la gola del mio cane. Sorrideva…

Questo è “cicicì” e “ciciciò”?- mormorai alla cameriera, -Prendo nota.

Le allungai sul banco un paio di dollari e mi voltai. Feci schioccare la lingua e Deppry mi venne subito dietro. Dovevo tornare al lavoro. Era il momento di trovare le tracce del marito della mia cliente.

Mentre uscivo da “Gino” neanche mi accorsi di cosa stesse gridando il ragazzo dei giornali in strada. Solo più tardi avrei dato un senso a quelle parole.

-EDIZIONE STRAORDINARIA! STRANE LUCI NEI CIELI DI CHICAGO QUESTA NOTTE! I TESTIMONI DELL’ATTERRAGGIO DI UN DISCO VOLANTE! EDIZIONE STRAORDINARIA!

-Mamma me lo compri?

-Sei troppo piccolo per leggere il Chicago news.

-Ma io parlavo del cane!

Pretty (I).

I bipedi sono carini, utili, ma di certo piuttosto pesanti a volte.

Bisogna sempre badare a loro. Si può passare tutta la vita a mostrare loro come fare i bisognini e dove e non imparano mai. Piuttosto si chiudono in uno stanzino nella cuccia grande che loro chiamano appartamento.

Per non parlare del fatto che parlano sempre ad una scatoletta che si portano dietro. Camminano e le parlano. Stanno seduti e le parlano. Si nutrono e le parlano. A volte le grattano la pancia luminosa. Altre si mettono nelle orecchie una strana roba che le esce da sotto. Noi cani sentiamo bene la musica che esce da quel filo, ma sinceramente quell’affarino deve essere proprio debole ed indifeso, se i bipedi gli prestano tutte quelle attenzioni.

Il bipede che ho scelto io no. Non porta a spasso quella scatoletta. Cammina un sacco. Inoltre, rischia sempre di prenderle da tutti.

Capisce poco, poveretto, delle cose che gli capitano. Per fortuna che ha incontrato me!

Ha pochi peli, come tutti i bipedi, un muso piuttosto squadrato e atteggia sempre gli angoli della bocca verso il basso, ma io so che sta bluffando. L’odore che emana non è di rabbia.

Gli odori sono una bella cosa.

C’è l’odore della rabbia, quello della gioia, quello della paura, quello dell’amore.

Il mio bipede ha uno strano odore. Non ho ancora capito bene di cosa si tratti ed è strano, visto che per me è sempre molto chiaro.

Da quando l’ho incontrato ho visto cose ben strane, sin dal suo incontro con quell’uomo tutto vestito di nero: strano, esagitato, che ne deve aver viste di tutti i colori dall’odore che emana… si desse una leccata ogni tanto… così, per pulizia, insomma!

Mah, le buone vecchie maniere di una volta sono andate perdute fra le nebbie del tempo.

Mi sono data una grattatina perplessa dietro l’orecchio quando ho visto la stampata a forma di XYZ sulla fronte del mio bipede. Purtoppo lui non se ne è neanche accorto.

Chissà cosa significherà poi? Certo che so leggere! Perché, voi no?

(continua)

Andrea Savio

Una risposta a “Un XYZ file per Landon (parte II)”

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