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Un XYZ file per Landon (parte III)

6.

-Parola d’ordine.

-Non abbiamo nessuna parola d’ordine.- sospirai.

La donna che mi si era messa alle spalle era vestita con un abito da sera scuro, sul capo un grosso cappello con la tesa larga.

-Esatto. Ho delle informazioni confidenziali.

Come facevo a dirle che non le avevo chiesto nulla?

-Ok. Riferisci.

-Riguardo a cosa?

-Le… informazioni!

-Sono confidenziali.

-E allora?

-Non vorrai mica che ti dia informazioni confidenziali senza un minimo di confidenza?

-Va bene, ti darò confidenza. Mi chiamo Landon, Ted Landon. Piacere. E tu?

-Questa è un’informazione riservata.

-Allora come facciamo ad entrare in confidenza?

Lei si voltò e mi diede uno schiaffo alla nuca.

-Come ti permetti? Non ci conosciamo abbastanza.

-Allora, vuoi darmi o no queste informazioni?

-No.

Trasecolai. Mi voltai, ma alle mie spalle non c’era più nessuno. Se ne era andata. Al suo posto era comparso Folder. Ai miei piedi Deppry ringhiò una volta. Doveva essere una sorta di messaggio morse: un ringhio, ti compare un tipo strano accanto; due, i tizi strani sono due; tre, ti ricoverano alla neuro. Sì, proprio così.

-Cosa vuole ancora da me, agente?- esclamai, -E dove si è cacciata la signorina di prima?

-Sono informazioni strettamente confidenziali.

Ci voltammo entrambi. Adesso eravamo faccia a faccia.

-Mi ascolti, Landon.- esordì Folder, -Qui stanno accadendo cose più grosse di lei.

-La ascolto.

-Lei è stato ingaggiato tre giorni fa per rintracciare un uomo scomparso, dico bene?

-La ascolto.

-E’ stata sua moglie a contattarla. Doveva tornare a casa dall’ufficio, ma non ci arrivò mai.

-La ascolto.

-Se le dicessi che quell’uomo non è chi lei crede che sia?

-Le direi che non so chi lei crede che io sappia che sia.

-Non la seguo.

-Neanch’io.

-L’uomo che sta cercando, Steve Jardin, fa il contabile per la Yorkers Institute, ma non è il suo vero lavoro. E’ un agente della CIA.

-Hanno i libri contabili bene in confusione se c’è bisogno di un ragazzo della CIA.

-No, Landon. Il problema è ciò di cui si occupa la Yorkers Institute. Si tratta di nuove tecnologie.

-Fantastico.

-E, in segreto, scambio di tecnologie, noi pensiamo.

-Per noi, lei intende quelli dell’FBI?

-No, solo i membri del mio ufficio.

-Siete in tanti nel suo team?

-Lavoro da solo.

-Con chi scambia tecnologie questa industria?

-Alieni, sospettiamo.

-Io sono solo in mezzo alla strada in compagnia di un cane depresso e di un maniaco della teoria del complotto?

-Effettivamente…

-Va bene. Era solo per sapere. E io come entro nella sua equazione?

-Cosa vuole dire? Non ci capisco nulla di matematica.

-Lei ha tutta la mia solidarietà. In parole povere: Folder, perché lei è venuto a cercarmi?

-Ha notizie del signor Jordan?

-Nossignore… sparito dalla faccia della Terra.

-Ecco quello che pensavo anch’io!- esplose Folder con esultanza. Quasi si mise a saltellare in un inquietante balletto stile “Ballando sotto la pioggia”… peccato che ci fosse il sole.

-Si calmi, agente. Era solo un modo di dire.

-No! Jardin aveva scoperto le prove di un losco traffico di tecnologia fra i vertici della Yorkers ed una civiltà aliena.

-E come li pagavano? Con buoni fruttiferi postali?

A quelle parole, Folder si rabbuiò.

-Noi sospettiamo con cavie per la sperimentazione.

-Adesso capisco perché nei negozi di animali non si trovano più i porcellini d’india!

-Non si tratta di roditori, Landon, ma di traffico di esseri umani.

7.

Come era comparso, l’agente Folder scomparve nuovamente, lasciandomi solo con nuovi interrogativi. La Yorkers Industries era veramente coinvolta in traffici illeciti con civiltà extraterrestri? Jardin aveva veramente visto troppo e di conseguenza era stato fatto sparire? Ma con un dollaro potevo veramente comprarmi un hamburger da Mc Donald? Ero perplesso. Sì, proprio così.

Perplesso ed affamato. Io e Deppry dovevamo prenderci una pausa per il pranzo ed effettivamente una banconota da un dollaro costituiva tutto il mio capitale per quel giorno.

-Andiamo.- le dissi a mezza bocca.

Come se avesse compreso, Deppry mugolò.

-Come posso prendere sul serio una storia così?

-Woff.

-Non ho mai creduto all’esistenza degli ometti verdi… a parte quello della pubblicità della verdura in scatola. E tu?

-Woff.

-Ma quel Jardin non poteva investigare su qualcosa di più sano… che so io… sulla mafia di Chicago? Lì so come muovermi… ma così…

Mentre parlavo giungemmo davanti ad un Mc Donald.

-Woff.

-Giusto: non puoi entrare… tu mi aspetti fuori. Arrivo.

Entrai, comprai l’hamburger ed uscii. Trovai Deppry circondata come un’artista di strada. Era seduta sulle zampe posteriori e ritta sul quelle anteriori. Aveva l’espressione atteggiata a “sono un povero cane abbandonato in mezzo alla steppa russa e costretto a sgranocchiare un misero chicco di grano al giorno per sfamarmi”. Bambini ed adulti le passavano accanto e le posavano monetine in una scatoletta di carta plasticata di Mc Donald che qualcuno aveva gettato sul marciapiede. Mi avvicinai e contai le monete: ce n’era a sufficienza per comprare qualcosa anche per lei. Ovviamente ai cani il fritto non fa bene. Con un paio di passi in più riuscii a procurarle un panino al prosciutto cotto.

Un altro paio di passi e trovammo l’ingresso al parco e mi accomodai su una panchina, scartando davanti a Deppry il pasto che si era procurata con quello spettacolo indecente.

-Non so da dove tu venga, ma se vai avanti così so dove finirai: in prigione per accattonaggio.

In tutta risposta, il cane ingollò il panino e per un breve istante nei suoi occhi brillò una luce euforica. Poi ritornò quella apparenza da cane bastonato.

Improvvisamente udii un respiro forzato. Avete mai visto Guerre Stellari? Avete presente quel supercattivo col respiro pesante ed il casco nero? Dart Vader, si chiamava. Be’ il respiro che sentivo avvicinarsi era di quella forza.

Un uomo segaligno, i capelli secchi ed arruffati, ingrigiti dall’età e da una vitaccia da fumatore che gli aveva incartapecorito ed ingiallito la pelle, stava camminando con passo deciso nella mia direzione.

Si sedette ed infilò la mano all’interno della giacca.

In quei momenti i miei sensi si acuiscono. I nervi pronti a scattare. Avrebbe estratto una pistola?

Quando vidi il diffusore di broncodilatatore per asmatici, il Ventolin, mi rilassai.

Fissando su di me i suoi occhi glaciali e privi di vita, l’Uomo con l’asma inalò due puff per calmare la sua crisi. Poi ripose silenziosamente il Ventolin e prese a respirare con calma.

-So che è stato contattato da un certo signor Folder.

-Mia madre mi ha sempre vietato di parlare con gli sconosciuti. Guardi che le scateno contro il cane.- Sì, gli dissi proprio così.

-La conosciamo Landon. E conosciamo anche il suo senso dell’umorismo.

-Ah, sì? E allora me lo presenti, se ha il coraggio!

-Basta con gli scherzi. Non abbiamo tempo da perdere.

-Un altro che parla al plurale.

-Il gruppo che rappresento è molto preoccupato circa le indagini seguite dall’agente Folder.

-Un gruppo? Mi dica che appartiene alla mafia, la prego.

-Non siamo criminali, Landon! Io potrei essere molto amichevole con lei, ma lei mi deve riferire che cosa le ha detto Folder.

-Cosa intende per amichevole?

-Potrei lasciarla in vita.

Deppry cominciò a ringhiare sommessamente, sempre mantenendo il suo contegno da cane bastonato. Mi chiesi come cavolo ci riuscisse.

Mi alzai dalla panchina ed estrassi le mie liquirizie, guardando un punto imprecisato davanti a me.

-Ne vuole?- offrii.

L’Uomo con l’asma scosse il capo.

Io estrassi una liquirizia e me la gettai con noncuranza in bocca.

-E’ un vizio, lo so, ma proprio non riesco a smettere.

Mentre mi gustavo la liquirizia, sentivo i suoi occhi penentranti perforarmi la schiena.

Infine mi voltai e lo fronteggiai.

-Ascolta, viscido vermiforme asmatico. Prendi le tue minacce e riportale al tuo capo. Non mi toccano. Io vado per la mia strada e tu per la tua.- Dissi e cominciai ad allontanarmi.

-Attento, Landon. Le nostre strade potrebbero incrociarsi di nuovo.

-Attento, amico, perché quel giorno il mio cane potrebbe rovinarti il bel cuoio lucido di quei tuoi mocassini da duecento testoni con un deposito piuttosto umido.

Me ne andai, mentre mi allontanavo sentivo tornare il raspare dell’asma.

Mentre quell’inquietante figuro parlava, però, mi era balenata un’idea che potevo verificare da lì a poche ore.

8.

Le ombre della notte erano calate sulla città come mani avide con dita irsute dotate di artigli.

Mi introdussi facilmente all’interno del grattacielo, sede della Yorkers Industries. Non sto a spiegare i dettagli, ma diciamo che il custode notturno era il cugino del vicino di casa del barista che serviva sempre la colazione a base di cappuccino decaffeinato a don Vito Tanticchia. E mi doveva un favore. Sì, proprio così.

I miei passi risuonavano solitari nei corridoi deserti. Le luci al neon fredde e distanti inondavano tutte le parti comuni. Camminavo e provavo una maniglia dopo l’altra. Erano tutte chiuse. Questo al primo piano. Presi le scale. Battei il secondo piano. Stessa storia. Poi altre scale. Il quarto piano. Il quinto. Intorno al ventesimo cominciai a domandarmi perché mai non avessi preso l’ascensore e incominciato la mia ricerca dall’ultimo e scendendo poi a piedi, a ritroso.

Dietro di me, Deppry si inciampava nella lingua, il bianco degli occhi sostituito da una strana colorazione rossastra.

Mi addossai ad una parete in cartongesso, tipica di certi uffici, appoggiando la mano all’ennesima maniglia. Sorpresa: era un maniglione antipanico. Mi rizzai nuovamente e studiai quella particolare porta. Non aveva senso: i maniglioni antipanico sono per quelle porte montate per la sicurezza in caso di incendio. Permettono di aprire la porta e precipitarsi sulle scale antincendio. Io arrivavo dalle scale e non ero passato da lì. Quindi quella porta si apriva su … cosa?

Il mio intuito investigativo mi portò immediatamente a cercare qualche cartello che spiegasse la presenza di quella porta in quel preciso punto del corridoio.

Lo trovai. Diceva: “Deposito della carta igienica”.

-Come immaginavo.- esclamai trionfante, -Esca di lì, agente Jardin!- chiamai.

Spinsi il maniglione e la porta si aprì verso l’interno del magazzino. Seduto per terra, col completo tutto spiegazzato, l’agente Jardin mi fissava con gli occhi socchiusi per proteggersi dalla luce al neon. Era rimasto al buio completo per tre giorni. Non era neanche riuscito a trovare l’interruttore.

Ma era lì davanti a me. Vivo.

(continua)

Andrea Savio

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